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L’INTERVENTO NEUROPSICOMOTORIO NELLA MALATTIA MENTALE

Neuropsicomotricità

L’INTERVENTO NEUROPSICOMOTORIO NELLA MALATTIA MENTALE

Qualcheduno li liquida come “residui manicomiali”, ex degenti degli ospedali psichiatrici che Franco Basaglia volle fuori dai manicomi oltre vent’anni fa, deflagranti protagonisti di una rivoluzione culturale mai terminata, sillabata nell’ancora discussa legge 180 e vittime di una burocrazia infinita.

Si sono ammalati prima che fossero inventati gli psicofarmaci: sostituti chimici di metodi più barbari, d’ingabbiamento delle emozioni più forti, faticando ad ammettere che molti non erano in realtà veri malati ma solamente persone, con altri tipi di problemi, trattenute in ospedale psichiatrico semplicemente perché carenti delle soluzioni sociali appropriate, conservando ingiustamente l’etichetta di malato mentale.

Quando non esistevano i neurolettici, i “vecchi matti” venivano calmati con camicie di forza, con elettroshock, con bastoni di ferro, per dosare le loro ribellioni istintive. Per molti la libertà è arrivata troppo tardi per essere gustata e talvolta perfino per essere percepita. Infatti, molti di loro, anziani, sono diventati ormai dementi. Abituati alle camicie di contenzione, storditi da elettroshock ed elevate dosi di neurolettici, potevano rimanere per giorni immobili nel letto, con occhi fissi nel vuoto, aspettando il momento del pranzo per attaccarsi alle ciotole, come

cani. Hanno vissuto tutta la vita nudi, seminando escrementi, poi mangiati, tra i padiglioni. E’ il tragico dei tempi moderni, la consapevolezza del tragico, il tentativo di trasformarlo in una coscienza guarita.

Le riforme istituzionali, le tecniche terapeutiche, individuali e di gruppo, sembrano essere le soluzioni della prevenzione e della cura di numerose malattie mentali.

L’intervento psicomotorio non è nel tentativo di migliorare la performance correggendo l’atto, ma strutturare un ambiente tale da promuovere il movimento come fatto psichico. Esso si rivolge al corpo inteso come centro dell’espressione della persona. Il corpo che agisce, il corpo che si muove, il corpo che sente. Esso è la  sede delle manifestazioni delle emozioni e dell’affettività; è la percezione e l’interpretazione della realtà. Le potenzialità del soggetto sono la risultante delle diverse manifestazioni della personalità. E’ importante riuscire ad improntare un lavoro sulle parti sane, con un intervento incentrato sulla corporeità, in grado di far emergere le potenziali capacità e risvegliare in questi pazienti la conoscenza del proprio corpo.

L’INTERVENTO NEUROPSICOMOTORIO

Non esiste una terapia specifica per i disturbi psichiatrici. Nel vasto ginepraio della riabilitazione, esiste una conoscenza, da parte di chi opera in questo settore, approfondita e personale su come approcciarsi ai pazienti psichiatrici in maniera che la neuropsicomotricità diventi non solo l’isola esclusiva per l’età evolutiva, ma un supporto terapeutico valido per altri ambiti e soggetti, in tal caso anche nella riabilitazione psichiatrica.

Ricordo al lettore, che abbia voglia di approfondire le conoscenze dell’applicazione di questo tipo di terapia, che i primi interventi terapeutici furono “vissuti” dai pazienti del Salpétrière di Parigi, noto ospedale psichiatrico di Parigi, dove la “disciplina psicomotoria” li aiutava a correggere i tics per via della retroazione sensomotoria. Anziché ricorrere separatamente alla cinesiterapia e alla psicoterapia nel loro trattamento, Brissaud e Meige si sforzarono di integrare questi due interventi (Lehmans, Cornu,1999). La terapia psicomotoria di questi due autori rappresentò il prodromo futuro della stimolazione delle funzioni corticali superiori, utilizzando come mezzo proprio l’azione volontaria.

La terapia neuropsicomotoria è una metodica che adotta la mediazione del corpo e del movimento sia  per scopi terapeutici che per fini educativi, cosicché non resti solo una conoscenza per determinate fasce ma allarga i suoi confini in più ambiti.

Essa, non è l’imposizione di una consequenzialità di esercizi ma la adattabilità di atteggiamenti, posture, mimiche, espressioni, comunicazione, ecc. che consentono al paziente di fare esperienze dirette al fine di esplorare, conoscere le proprie capacità e, laddove sia possibile, superare le difficoltà secondo i propri limiti.

Al paziente, in tal caso quello psichiatrico, viene data la possibilità di scoprire il proprio corpo che si muove, che agisce e che è anche in grado di esprimere, seppur in minima parte, le paure.

Qualunque fase della terapia in questione, l’intervento deve rappresentare sempre un momento educativo in cui il paziente possa assimilare, conoscere se stesso, apprendere ciò che vive come imprinting dacché le attività motoria e corporea conducono il paziente a trasformare l’atteggiamento ed il movimento in comunicazione, fiducia in sé.

COME FAVORIRE PRATICAMENTE LA PERCEZIONE DELLO SCHEMA CORPOREO

Lo sviluppo delle funzioni psichiche è in stretto rapporto con lo sviluppo delle funzioni motorie, cioè del movimento e dell’azione. Normalmente, si realizzano attività a partire proprio dal corpo. Altrimenti, che senso avrebbe questo tipo di lavoro se non avesse in considerazione la particolare attenzione verso questa parte del corpo messa in discussione?

Le attività che io presento ai miei pazienti sono, in qualche modo, un po’ ripetitive nel corso delle sedute per un semplice fine: dar loro maggior tempo nel vivere, metabolizzare le informazioni e cablare su ognuno più elementi. Poiché non possono essere esclusive di un determinato processo, le attività seguono una linea di sviluppo, infatti, ognuna è strettamente connessa con le altre ed, in particolar modo, con alcune.

È fatto naturale quello che singole attività non smuovano processi e strutture mentali singoli, ma coinvolgano fenomeni cognitivi, motori, affettivi, sociali, estetici, rispetto ai quali possano aversi, da parte di ogni paziente, altrettante tipologie di risposta, di comportamento.

L’obiettivo generale è quello di condurre il paziente alla maturazione, seppur lenta, di una identità personale mediante passaggi che lo conducano da una percezione e conoscenza del proprio corpo in rapporto in se stessi, all’ acquisizione della conoscenza del corpo e dei suoi movimenti nello spazio.

Quindi:

  • conoscere e nominare globalmente le parti del corpo: testa, tronco, arti superiori, arti inferiori;
  • nominare, indicando su se stessi, le parti della testa: viso, occhi, fronte, sopracciglia, ciglia, orecchie, naso,bocca, mento, collo, guance, nuca, capelli;
  • nominare le parti del tronco: spalla, petto, addome, schiena, vita, fianchi, natiche, bacino;
  • nominare, indicandole su se stessi, le parti degli arti superiori: braccio, gomito, polso, mano, dita, unghie, polpastrelli;
  • nominare, indicandole su se stessi, le parti degli arti degli arti inferiori: cosce, ginocchio, gamba, piede, tallone, dita, unghie;
  • nominare, adottandole, alcune posizioni del corpo: in piedi, seduti, in ginocchio, rannicchiati, proni, supini, di fianco;
  • ricomporre le parti del corpo su una bambola oppure su pezzi di legno;
  • riconoscere le parti del proprio corpo poste di volta in volta in relazione statica o dinamica con l’ambiente;
  • controllare le singole parti del corpo in situazione di rilassamento segmentarlo e globale;
  • su indicazione, porre una o più parti del proprio corpo in relazione statica o dinamica con l’ambiente.

In base alla mia esperienza, appare utile proporre attività di conoscenza degli spazi, degli oggetti e, non ultimo, la conoscenza degli altri componenti del gruppo. Per esempio, in relazione allo specchio, chiedo loro se conoscono questo oggetto. A cosa serve lo specchio? Come possiamo utilizzarlo? Dove? Perché?

E’ importante sempre discutere e verbalizzare su tutto quello che incuriosisce i pazienti perché una terapia non resti solo questo!

Riporto di seguito alcune  proposte d’intervento terapeutico

Esempio 1

Obiettivo terapeutico: Conoscere e nominare globalmente le parti del corpo

  • testa
  • tronco
  • arti superiori ed inferiori

 

  • Mettiamo lo specchio da una parte. Muoviamoci liberamente guardando sempre in direzione dello specchio. Quando compare la nostra immagine ci fermiamo un momento ad osservarla e riprendiamo a camminare.
  • Ora a turno ognuno di voi osserva la propria immagine allo specchio portando lo sguardo dall’alto verso il basso e dal basso verso l’alto, lentamente. Al secondo giro ognuno di voi, con il dito, traccia il profilo del proprio corpo. Osserviamo come si muove il corpo mentre con il dito segniamo il profilo.
  • Ci mettiamo su due file, uno di fronte all’altro, formando delle coppie. Ognuno di voi traccia il profilo del compagno che sta di fronte.
  • Osserviamo e descriviamo i compagni, dopo averli chiamati per nome
  • Ci disponiamo nella stanza in modo da creare spazio intorno a noi.
  • Ci mettiamo diritti. Lentamente, alziamo la testa, poi l’abbassiamo, la giriamola una parte, poi dall’altra. Alziamo le spalle: prima tutte e due, poi ad una ad una, alternando i movimenti. Flettiamo il tronco in giù ed i su, diverse volte. Che sensazioni proviamo?
  • Ritorniamo nella posizione di partenza. Alziamo le braccia, portandole prima in avanti, poi indietro. Facciamole roteare liberamente.
  • Seduti a terra. Distendiamo le gambe. Solleviamo prima una gamba, poi l’altra. Le uniamo. Adesso facciamo strisciare i piedi a terra verso di noi, fino a toccare le cosce. Ora, con le ginocchia piegate, battiamo i piedi sul pavimento facendo rumore, forte, non facendo rumore, Alziamoci e ritorniamo nella posizione di partenza.
  • A turno, indichiamo e nominiamo le parti del corpo che conosciamo.

Ricordo al lettore l’importanza di utilizzare  sempre un linguaggio molto chiaro e, laddove necessitasse, ripetere i diversi passaggi per una possibile incomprensione da parte dei pazienti.

Il comportamento di queste persone, che possiedano più  o meno ampia autonomia, che siano in grado di affrontare una situazione di paura o di pericolo, che sappiano confrontare situazioni, fatti, oggetti, che siano capaci di ricavare dati dalle analisi degli esperimenti, esperienze… è, di volta in volta, il risultato e la manifestazione di diversi processi che mutano costantemente e di cui ogni paziente è protagonista.

Ciò consente d’individuare i livelli raggiunti che vengono assunti, da parte del terapeuta, come livelli iniziali di un processo mutante per i quali il terapeuta stesso può promuovere, indirizzare, controllare, favorire, verificare, fino a quando il processo di cambiamento non sarà direttamente proporzionale alla consapevolezza dell’estensione dei concetti interiorizzati.

Esempio 2

Obiettivo terapeutico:  Nominare, indicando su se stessi, le parti della testa

–                     viso

–                     occhi

–                     fronte

–                     sopracciglia

–                     ciglia

–                     orecchie

–                     naso

–                     bocca

–                     mento

–                     collo

–                     guance

–                     nuca

 

  • Ci guardiamo allo specchio e osserviamo la nostra testa. Dopo proviamo a descrivere:

 

  • Com’è il viso?
  • Paffuto?
  • Magro?

 

  • Con il dito seguiamo il contorno del viso

 

  • Osserviamo gli occhi:

 

  • Sono chiari o scuri?
  • Di che colore sono?
  • Sono aperti o chiusi?
  • A cosa servono?
    • Chiudiamo gli occhi.
  • Possiamo vedere?
  • Che cosa vediamo?
  • Quando sono chiusi…
  • Tocchiamo gli occhi. Apriamoli. Guardiamo da un lato. Che cosa vediamo? Poi dall’altro lato. Che cosa vediamo?
  • Prendiamo la candela accesa. Con la testa ferma e dritta portiamo la candela da sinistra a destra e viceversa. Seguiamo solo con gli occhi il movimento della fiamma. Lo stesso facciamo seguendo, ognuno, il movimento
    • del proprio dito
    • della palla che rotola
    • della bottiglia che gira
    • della macchinina che corre
  • Seduti in cerchio, mettiamo degli oggetti svariati al centro del cerchio. Con dei foulards si bendano i pazienti che dovranno muoversi carponi nella stanza tastando con le mani il pavimento. Man mano che raccolgono gli oggetti si dà un segnale e, quando stanno per finire, si fanno togliere le bende.
    • Chi ha preso più oggetti?
    • Cosa?
  • Utilizzare dei tubi di cartone(ottimi anche quelli utilizzati in cucina o i rotoli della carta igienica), farli colorare e, una volta asciugati, saranno utilizzati come cannocchiali
  • Ciascun paziente, porta il cannocchiale verso un occhio, tappando l’altro con la mano.
    • Descriviamo ciò che vediamo. Lo stesso, anche con l’altro occhio.
  • Proviamo con due tubi che diventano un binocolo.
    • Cosa vediamo?
  • Davanti allo specchio, osserviamo e tocchiamo le sopracciglia e le ciglia.
    • A cosa servono?
  • Con il dito segniamo il profilo delle sopracciglia, dall’interno verso l’esterno e viceversa.
    • Che cosa succede?
  • Osserviamo la fronte. Tocchiamola.
    • Com’è?
    • E’ dura?
    • E’ molle?
  • Mettere una palla tra le fronti di due pazienti. A coppia, camminare di fianco, verso destra o verso sinistra, cercando di non farla cadere e tenendo le braccia dietro la schiena.
  • Osserviamo le orecchie. Tocchiamole dall’interno verso l’esterno e viceversa. Segniamone il profilo.
    • A cosa servono?
  • Proviamo a mettere un batuffolo di cotone nelle orecchie
    • Cosa succede?
    • Cosa sentiamo?

Potrebbe essere utile far vivere,al gruppo, un momento “ludico”, nonostante l’età, quale quello della “mosca cieca”. Far bendare gli occhi. Ciascuno chiama il “compagno” per nome, a voce alta, cercando d’individuare la fonte di provenienza del suono tentando di non farsi prendere.

 

  • Osserviamo il naso. Tocchiamolo con la punta del dito e proviamo a schiacciarlo.
    • Che cosa succede?
  • Sotto il naso ci sono dei buchi.
    • Quanti sono?
    • Hanno un nome?
    • A cosa servono?
  • Tappiamo il naso per pochi attimi.
    • Possiamo respirare?
  • Mettiamo un piccolo specchio su di un piano d’appoggio. Sediamoci. Appoggiamo il naso contro lo specchio e respiriamo
    • Che cosa succede?
    • Osserviamo l’alone di vapore che a mano a mano scompare
  • In piedi, diritti, respiriamo profondamente con il naso: prima inspiriamo poi espiriamo
    • Sentiamo il “rumore “del nostro respiro?
    • Con il palmo della mano sotto il naso, sentiamo l’aria che espiriamo
  • Osserviamo la bocca. Tocchiamo le labbra.
    • Come sono?
  • Apriamo la bocca. Chiudiamola.
    • A cosa serve?
    • Quando la teniamo aperta?
    • Quando la teniamo chiusa?
  • Osserviamo la bocca aperta davanti allo specchio. Nominiamo ciò che vediamo. Mostriamo la lingua e facciamo le boccacce. Facciamo finta di sentire freddo e battiamo i denti.
    • Sentiamo il “rumore” dei nostri denti?
  • Dei palloncini gonfi colorati messi a terra si soffiano per spostarli da una parte all’altra dello spazio (precedentemente  indicato ai pazienti). Successivamente, presi e soffiati dal basso verso l’alto, senza farli cadere a terra.  Si possono fare altri esperimenti, mediante l’utilizzo di oggetti facilmente riscontrabili,  per approfondire la “conoscenza”di questa parte del corpo. Spetta al terapeuta, che faccia  ricorso alla propria  fantasia,  trovare e creare situazioni divertenti che possano risultare alla fine anche
  • Osserviamo il mento. Tocchiamolo.
    • E’ duro?
    • E’molle?
  • Muoviamo la mandibola in avanti, in giù, in su. Mettiamo una mano sotto il mento e spingiamolo vero l’alto.
    • Che cosa proviamo?
  • Osserviamo il collo. Tocchiamolo. E’ liscio e morbido.
    • Se muoviamo la testa, il collo cosa fa?
    • Resta diritto?
    • Si muove?
  • Osserviamo le guance. Tocchiamole.
    • Come sono?
    • Morbide?
    • Lisce?
    • A cosa servono?
  • Tocchiamoci la nuca.
    • Come la “sentiamo”?
    • Da cosa è coperta?
  • Davanti allo specchio, osserviamo i capelli.
    • I capelli sono solo sulla nuca?
    • Sono corti?
    • Sono lunghi?
    • Sono chiari?
    • Sono scuri?
    • Di che colore sono?

Ciò che risulta carico di interesse  è la capacità, da parte del paziente, di prendere coscienza delle parti del corpo, di un corpo che si muove, che si esprime, in relazione a se stesso, agli altri, agli oggetti, all’ambiente che lo circonda… Quando la conoscenza delle parti del corpo, fatta in modo meticoloso, è abbastanza chiara al paziente, si può introdurre il gioco del riordinare parti di sagoma di bambola, pezzi di essa ritagliati su cartoncino e  pitturarli.

CONSIDERAZIONI

Dai Sepolcri, “Sol chi non lascia eredità d’affetti poca gioia ha dell’urna”.

La durata dell’amore  nella progettazione, nel segno che si lascia nelle persone e nelle cose rende meraviglioso ogni piccolo gesto, com’è per me con questo lavoro che contiene il seme del mio buon agire.

Ho spesso pensato, molte volte nella vita, che nulla succede per pura casualità. Le persone che s’incontrano lungo il cammino arrivano sempre per una motivazione:per regalarci un sorriso, per farci soffrire, a volte per farci semplicemente sentire l’amore.

Le persone speciali si fermano il necessario per farci sognare, per regalare un sorriso, l’amore, e non importa se vanno altrove…

Mi ha gratificata la voglia di conoscere ed approfondire argomenti e situazioni che per molti possono apparire scottanti ma che narrano una verità di contenuti a tanti sconosciuta.

La mia presenza in una struttura residenziale per malati psichiatrici, la scelta degli incontri informali, fatti tra salone, corridoi, parco, ufficio postale, minimarket ed altri spazi, hanno preceduto di gran lunga le sedute impegnative e “prestazionali” di ciascun paziente.

Come potrei dimenticarmi del viso di ognuno di loro, dei rari sorrisi espressi con la semplicità delle anime ingabbiate? E delle difficoltà nel raggiungere anche minime conquiste? Come potrei dimenticare la loro curiosità dinanzi a semplici oggetti da me indossati, notati con la stessa curiosità di un bambino?

Ho condiviso con loro parte dei propri stati d’animo, i momenti difficili in cui era più semplice l’abbandono che la presenza. Li ho visti mangiare, litigare, prendersi in giro, coccolarsi, sputare, qualcuno bestemmiare.

L’etichetta di malattia, incollata sulle spalle, non deve cancellare la libertà che ancora vive nelle espressioni schiette e contestuali dei malati. “Questo non si può!”, in maniera secca mi risponde Nino. M’incuriosisce sapere il perché di quel divieto. “Potrei rompermi il piede…”, mi risponde.  Ed aveva ragione, perché la posizione assunta durante un “esercizio”, come lui stesso lo definiva, lo rendeva insofferente. Rassicurarlo sulla sua incolumità mi sembra il modo migliore per non perdere il contatto che c’è fra di noi. In fondo, chi è questa sconosciuta che mi chiede di fare delle cose che non ho mai fatto fino ad ora, che pretende di tenermi chiuso per così tanto tempo? Sono abituato a vivere quello spazio che nessuno mi vieta di percorrere, a non rispettare gli ordini che m’impartiscono. Visibilmente stanco, si lascia cadere sul  pavimento scambiando con me qualche parola sulla mia provenienza, sulla mia abitazione, sul nome che ha dimenticato e sui suoi compagni…

O di Amedeo, che vedevo al ritorno dal bar, dalla macelleria, indaffarato e premuroso verso la sua compagna e domandarmi:perché avere un’immagine distorta e confusa su quelle capacità che supportano una certa, seppur minima, indipendenza ed autonomia?

“Continuo e quando mi stanco mi fermo. E’ una cosa nuova…, un po’ faticosa. Ho fatto ginnastica, pallavolo, pallacanestro quando ero giovane. Dicono che devo dimagrire, mangio troppo…”, mi dice in un momento di tranquillità collettiva.

Nonostante l’affaticamento osserva tutto ciò che gli propongo. Ci  sono momenti in cui riempie dei vuoti sistemandosi la camicia, che è ben già ordinata, dentro i pantaloni. O come quando sorride di fronte alla proposta di camminare ad occhi chiusi. “ Ma non vedo!”. E prosegue con  il suo cammino, convinto che avvenga veramente ad occhi chiusi. Braccia piegate, polsi rigidi, mani serrate ed intraruotate. Le ripetizioni lo sfiancano. Si butta a terra guardandomi stupito. Movimenti generali eseguiti al rallentatore per tutto il tempo della seduta. E poi… scambi di parole, di sorrisi, seguiti da attimi brevi, ma piacevoli, nei quali informarsi sui prossimi incontri.

Che dire poi di Carmela che, quando le chiedo di togliere le ciabatte, mi risponde in ecolalia e con voce sottilissima ripetendo le mie parole esatte… Accetta di entrare nella stanza, seppur con timore, mantenendo lo sguardo basso per lunghi periodi di tempo.

Il suo andamento stanco, affaticato, dolorante, mi rimanda col pensiero alla sua vita in manicomio passata proprio così, portandosi sulle spalle le angosce di un’esistenza. A passo lentissimo e con braccia tenute sul fondo schiena, si addossa spesso al muro della parete dal lato opposto al mio. E’ assente, muta ed immobile.

La  sento distante, non solo fisicamente… Bisogna fare qualcosa,penso. Non  voglio tenerla isolata. Per ricercare il suo sguardo e la vicinanza le lancio la palla, quella blu da cui è enormemente attratta, che afferra solamente quando cade ai suoi piedi. Le  mani, aperte, non sanno quand’è il momento buono per afferrare. Ripeto il lancio e lei raccoglie il vuoto.

Anche quando le sono molto vicina è completamente indifferente. Non importa se ci sono o meno!

Si sposta a fatica, lentamente, con un corpo robusto ma flaccido. Ripete sottovoce parole di cui non riesco a capire il senso, il contenuto. L’ecolalia c’è sempre, anche quando svolge le attività.  E poi? E poi deve andare… andare a mangiare, con molto anticipo! E’ frettolosa. Camminando, è attenta ad aggiustarsi il rosario che ha sul petto e il nastrino elastico messo al dito della mano.

BIBBLIOGRAFIA

“Immagine di sé e schema corporeo”” P. Schilder, Franco Angeli, Milano 1999

“L’osservazione psicomotoria del comportamento spontaneo del bambino”

  1. M. Wille, (appunti dell’Istituto di Psicomotricità di A.M.Wille)

“L’osservazione del comportamento del bambino” T. Aureli,Il Mulino, Bologna 1997

“La maggioranza deviante” F. Basaglia,

“Vie e centri nervosi” A. Delmas, Masson, Milano1992

“Il disegno della figura umana” K. Machover  OS, Firenze

“Il test della figura umana” Goodenough e Harris OS, Firenze

“L’evoluzione neuropsichica nei primi 6 anni di vita” R. Russo, Cortina,Milano 1981

“Come lavora il cervello”  A. Lurija, Il Mulino 1977

“Dal corpo fantasmatico all’identità corporea” M. Massenz, E. Simonetta,Franco Angeli, Milano 1999

“Psichiatria”, D. Kemali, F. Rinaldi,  Masson, Milano 1984

“Le basi anatomiche della neurologia clinica”, Peele,  Piccin, Padova 1981

“Fisiologia umana” A.Urbano, Roma 1989

“La nascita dell’intelligenza nel fanciullo” J.Piaget, Giunti, Firenze 1968

“Esame psicomotorio secondo la metodologia di A. M. Wille”,  A. M. Wille

“Il bambino ipercinetico e la terapia psicomotoria” Anne-Marie Wille, Armando editore, Roma 1989

“Psicologia Educazione Apprrendimento” L. Trisciuzzi, Giunti Marzocco,Firenze 1991

“L’errore di Cartesio” A. Damasio, Adelphi,Milano 1995

“Su una gamba sola” O. Sacks, Adelphi, Milano 1991

“L’uomo che scambiò su moglie per una cappello” O. Sacks, AdelphiMilano 1986

“La psicomotricità. Corporeità e azione nella costruzione dell’identità” A.M.Wille, C. Ambrosini, C. De Panfilis, Xenia , Milano 1999

“Emozione e sentimento” A. Damasio, Adelphi,Milano 1999

“L’intervento neuropsicomotorio nella malattia mentale”,T.Iannella Cuzzolin editore, Napoli,  giugno 2011

“Fenomenologia della percezione”, M. Merleau-Ponty, Il Saggiatore, Milano 1965

“Le funzioni corticali superiori nell’uomo”,A. Lurjia, Giunti, Firenze 1967

“Il senso del movimento”,A.Berthoz, McGraw-Hill, Milano 1998

So quel che fai”, G. Rizzolati, C. Sinigallia, R. Cortina,Milano 2006

“Principi di neurologia”, Raymond D. Adams, Maurice Victor, Allan H. Ropper, McGraw-Hill, (sesto ed.), Milano 1998

“Percezione Spazialità Lateralità”, Patrizia Labardi, Cuzzolin editore, Napoli 2008

“Storia ed evoluzione della parola e concetto psicomotorio” , Revue Evolutions psycomotrices Vol. 11, n. 46, 1999

Trattato di neurologia riabilitativa”, M. M. Formica, Marrapese editore, Bologna 1989

“Danzaterapia e movimento creativo”, H. Payne, Erickson, Trento 1997

“Iniziazione alla musicoterapica”,M. Corradini, Mediterranee edizioni

“Imparo a…parlare”, L. Levine, Erickson

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