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NEURONI SPECCHIO E AUTISMO

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NEURONI SPECCHIO E AUTISMO

Già nel 1979, Rizzolatti aveva scoperto dei neuroni visivi nel lobo frontale, pubblicando numerosi lavori sul coinvolgimento del sistema motorio nell’orientamento dell’attenzione e nella codifica dello spazio. Questo permise di ipotizzare che il neurone rispondesse a un’azione fatta da un altro e non dalla scimmia e che il sistema motorio potesse compiere una funzione importante nel riconoscimento delle azioni osservate, aggiungendo una pietra miliare alla conoscenza del funzionamento della nostra meravigliosa macchina: il cervello.

È stata questa la grande rivoluzione dei nostri tempi che ha portato alla scoperta dei neuroni specchio, presenti in un’area del cervello da sempre considerata coinvolta nella programmazione del movimento. I neuroni specchio, infatti, si attivano tutte le volte che vogliamo interagire con un oggetto, per uno scopo ben chiaro, e neuroni diversi che sono attivi quando gli scopi sono diversi, anche se l’oggetto è lo stesso. Fin qui sembra tutto normale. La cosa che sconvolge è che gli stessi neuroni si attivano anche quando l’individuo è perfettamente fermo e osserva qualcun altro eseguire la stessa azione con lo stesso scopo. È facilmente intuibile come questo ponte immediato tra sé e gli altri abbia portato a considerare i mirror neurons la base neuronale dell’empatia e della possibilità di “leggere la mente degli altri”. Il rispecchiarsi nell’altro, rivivendo nel preciso istante le azioni che esegue, è la chiave per capire ed apprendere cosa sta facendo l’altro.

I mirror neurons hanno assunto il compito di spiegare alcune tra le capacità umane più speciali: l’imitazione, l’empatia, il linguaggio, che sono la base dell’interazione sociale, del riconoscimento degli stati emotivi, delle esperienze soggettive e sociali, rappresentando così una vera e propria rivoluzione nel vasto campo della riabilitazione, da non considerarla come mero esercizio fisico.

Sicché, codesto lavoro, incantevole, ammirevole, portato avanti dal gruppo di Rizzolatti, ha rilevato l’essenza e l’intreccio evoluto, dei mirror neurons, in termini di sviluppo, sulla nostra collettività poiché, senza saperlo, hanno stravolto la civiltà di tutti, mediante la loro strabiliante capacità di tramandare la propria cultura.

 

Il funzionamento dei mirror neurons nell’uomo

 I neuroni specchio si trovano in un’area simile all’area F5 della scimmia, ossia nell’area premotoria direttamente connessa all’area motoria primaria. Quando i neuroni specchio della scimmia sparano durante l’osservazione, la scimmia non si muove. Ciò significa che, durante l’osservazione, il segnale che arriva all’area motoria primaria, diretta responsabile di qualsiasi movimento, è meno forte di quello che arriva quando la scimmia desidera eseguire quell’azione. I neuroni comunicano grazie alla trasmissione del segnale elettrico, detto potenziale d’azione; il neurone ricevente trasmette a sua volta un potenziale d’azione solo se la somma dei piccoli potenziali elettrici, che riceve, raggiunge una determinata ampiezza. Quest’ampiezza, però, non sempre è raggiunta.

Tuttavia, non significa che il neurone sia in completo riposo. In realtà, questo neurone è più pronto a trasmettere il potenziale d’azione di altri.

In tal caso, si dice che il neurone è “preattivato” cioè, in termini elettrici, richiede un’iniezione di corrente inferiore a quella necessaria a un neurone a riposo, per raggiungere la soglia necessaria a trasmettere un potenziale d’azione. Perciò, quando alcuni neuroni specchio sparano mentre la scimmia osserva un’azione, i neuroni dell’area motoria primaria, connessi a questi neuroni specchio, dovrebbero risultare preattivati.

Per capire se è vero che alcuni neuroni dell’area motoria primaria sono preattivati, dovrebbe essere sufficiente fornire quel po’ di corrente che risulta invece insufficiente per i neuroni a riposo. Se questo fosse possibile, la risposta dei neuroni sarebbe facilmente individuabile, visto che si parla dell’area motoria primaria e che ogni volta che una sua porzione trasmette potenziali d’azione, questi si trasformano in movimenti del corpo ben visibili. Quindi, se vediamo qualcuno afferrare con pollice ed indice un oggetto, i neuroni specchio della presa di precisione sparano e i neuroni della corteccia motoria primaria, che comandano i muscoli del pollice e dell’indice, sono preattivati. Se invece vediamo un’azione che non coinvolge il pollice e l’indice, questi neuroni non sono preattivati.

 

Perché sono così importanti questi neuroni specchio?

La funzione dei neuroni specchio è quella dell’analisi del motor imagery, immaginazione di tipo motoria.Si pensi, per esempio, ad un allievo che immobile osserva il maestro eseguire al violino un passaggio complicato, sapendo che poi lo dovrà ripetere a sua volta. Per riprodurre i rapidi movimenti delle mani e delle dita del maestro, l’allievo deve formarsi un’immagine motoria.

I neuroni responsabili della produzione di tali immagini motorie sarebbero gli stessi destinati ad attivarsi durante la pianificazione e la preparazione, da parte dell’allievo, della propria esecuzione. Questo vuol dire che l’attivazione dei neuroni specchio genererebbe una “rappresentazione motoria interna” dell’atto osservato, dalla quale dipenderebbe la possibilità di apprendere via imitazione.

Il legame che c’è tra le risposte visive e quelle motorie dei neuroni specchio, sembra indicare che la mera osservazione dell’azione compiuta da altri evochi nel cervello dell’osservatore un atto motorio potenziale, analogo a quello spontaneamente attivato durante l’organizzazione e l’effettiva esecuzione di quell’azione.

Dal punto di vista motorio, il legame tra l’atto di raggiungere qualcosa e la direzione dello sguardo non è per nulla accidentale in quanto, sin dall’infanzia, scopriamo che il modo migliore per raggiungere un oggetto è di guardare verso la sua direzione. Come qualunque strategia di successo, viene a far parte del nostro vocabolario d’atti. Ogni volta che vediamo qualcuno compiere un atto del genere, il nostro sistema motorio entra in risonanza permettendoci di riconoscere l’aspetto attenzionale dei movimenti osservati e di comprenderne il tipo d’azione. È in virtù delle loro proprietà visuo-motorie che i neuroni specchio sono in grado di coordinare l’informazione visiva con la conoscenza motoria dell’osservatore.

C’è un’altra “area” in cui si rileva l’importante lavoro dei neuroni specchio: l’imitazione, cioè quella capacità dell’individuo di replicare un atto che appartiene al suo patrimonio motorio, dopo averlo visto fare agli altri. Perché è proprio con l’osservazione che l’individuo apprende un pattern d’azione nuovo, in grado di riprodurlo nei dettagli. Nell’imitazione il sistema dei neuroni specchio codifica l’azione osservata, in termini motori, e rende possibile una sua replica.

L’apprendimento via imitazione avviene attraverso l’integrazione di due processi distinti: il primo, consente all’osservatore di segmentare l’azione da imitare nei singoli elementi che la compongono; il secondo, permette gli atti motori codificati nella sequenza più idonea affinché l’azione eseguita rispecchi quella del dimostratore.

La trasformazione dell’informazione visiva, in un’opportuna risposta motoria, avviene nel sistema dei neuroni specchio localizzati nel lobo parietale inferiore e nel lobo frontale dove si traducono, in termini motori, gli atti elementari che caratterizzano l’azione osservata.

Nell’uomo, il sistema dei neuroni specchio si attiva anche all’osservazione di pantomime di atti manuali, di gesti intransitivi o di effettivi atti comunicativi oro facciali. Sappiamo che l’area di Broca, una delle aree del linguaggio, possiede proprietà motorie non riconducibili esclusivamente a funzioni verbali e presenta un’organizzazione simile a quella dell’area F5, che si attiva durante l’esecuzione di movimenti oro-facciali, brachio-manuali e oro- laringei.

Nell’uomo, il sistema dei neuroni specchio, ha la funzione di legare il riconoscimento alla produzione di un’azione. Osservare un uomo che parla o ascoltare frasi, evoca un repertorio d’atti maggiore rispetto a quello richiesto, per comportamenti analoghi, dalle altre specie animali.

Considerando nel complesso gli aspetti produttivi e percettivi, il linguaggio umano presenta una rilevante componente motoria evidente nell’articolazione vocale, nella gestualità non verbale, nella struttura delle lingue segnate e nella scrittura.

L’evoluzione del linguaggio è passata attraverso una serie di tappe in cui i neuroni specchio, coinvolti nei processi di comprensione, riconoscimento immediato di specifici atti motori quali imitazione, apprendimento, riproduzione e l’uso intenzionale del comportamento linguistico, appaiono necessari e decisivi. Essi non solo rappresentano il prerequisito neurale e motorio dell’articolazione gestuale e del linguaggio verbale umano, hanno un ruolo determinante anche nel riconoscimento degli stati emotivi che sono alla base delle esperienze soggettive e sociali.

Oltre la sfera emotiva, l’empatia implica anche la capacità di riconoscere lo stato mentale altrui, il che significa la necessità di rappresentarsi concretamente desideri, intenzioni, attese personali e interpersonali dell’altro, ancor prima di entrarci in relazione. Si tratta di un’esperienza che tocca i vissuti soggettivi e intersoggettivi e che investe in vario modo il corpo, le emozioni, gli stati mentali e la volontà.

Gran parte della nostra vita è accompagnata e regolata dalle emozioni, che ci permettono di valutare immediatamente le variazioni improvvise dell’ambiente e di reagire ad esse in maniera vantaggiosa ed efficace. Le emozioni offrono al nostro cervello uno strumento essenziale per orientarsi tra le tante informazioni e “provocare”, in maniera automatica, le risposte atte a promuovere la sopravvivenza ed il benessere del nostro organismo.

I vantaggi adattivi dell’emotività consentono non solo di affrontare in modo efficace eventuali minacce, ma anche l’instaurarsi e il consolidarsi dei primi legami affettivi. Non è un caso se il neonato di pochi giorni sembra distinguere un volto conosciuto da uno triste e che verso il terzo mese di vita il bambino sviluppa una “consonanza affettiva” con la madre, al punto da riprodurre, in maniera sincrona, espressioni facciali, vocalizzazioni, che ne riflettono lo stato emotivo.

Le nostre percezioni degli atti e delle reazioni emotive altrui sono accomunate da un meccanismo specchio che consente al nostro cervello di riconoscere immediatamente quanto vediamo, sentiamo o immaginiamo fare da altri, perché innesca le stesse strutture neurali responsabili delle nostre azioni o delle nostre emozioni. Condividere a livello viscero-motorio lo stato emotivo di un altro è una cosa ben diversa dal provare coinvolgimento empatico nei suoi confronti.

La capacità del cervello di risuonare alla percezione di volti e gesti dell’altro e di codificarli immediatamente in termini viscero-motori, fornisce il substrato neurale per una compartecipazione empatica che, seppur in modi e a livelli diversi, orienta le nostre condotte, le nostre relazioni interindividuali.

Strategie d’intervento

Le routine

Le routine hanno una funzionalità utile soprattutto per facilitare e aumentare l’apprendimento. Nonostante tutto non bisogna dimenticare che la classe è un ambiente dinamico e mutevole, pertanto è la flessibilità ad essere la sua peculiarità principale. Gli alunni affetti da autismo tendono ad essere meno ansiosi e più propensi all’apprendimento quando sono soggetti ad una conoscenza precostituita della sequenza degli eventi che si susseguono durante la giornata.

La regolarità negli insegnamenti rende più proficuo l’apprendimento, per cui una didattica standardizzata e sistematica è ciò che viene richiesto. Le routine sistematiche ricoprono la funzione di canalizzatori comportamentali verso attività note. L’apprendimento è solitamente mnemonico e le routine, oltre che essere applicate in ogni campo del sapere, accompagnano tutta la giornata del bambino.

Le routine si possono creare per l’acquisizione di abilità legate alla vita quotidiana, come lavare le mani prima di andare a pranzo, per acquisire abitudini lavorative, quali mettere sempre il lavoro finito dentro una scatola posta sulla cattedra dell’insegnante, oppure per approfondire la relazione sociale, giocando durante l’ora della ricreazione con un compagno per cinque minuti per poi cambiare attività.

Le agende

Una tecnica più generale per aiutare gli alunni a comprendere, accettare e seguire la sequenza degli eventi quotidiani, è l’uso di agende. L’agenda è un programma individualizzato: giornaliero, settimanale e mensile, con la funzione di segnalare ciò che a momenti sta per accadere.

Da molto tempo le agende sono parte integrante dell’insegnamento strutturato all’interno del programma TEACCH e il loro impiego è raccomandato anche in altri settori.

Le agende sono individualizzate e costruite nel rispetto delle esigenze evolutive, cognitive e comportamentali del bambino. Ovviamente molto dipende dall’età cronologica del soggetto. Ad esempio, con un bambino piccolo, molto utili sono le rappresentazioni grafiche. Si tratta di bambini che non sanno leggere, per cui i disegni sono considerati condizioni indispensabili. La sistemazione delle figure segue un ordine temporale che nella sequenzialità episodica e interventista non è statica ma dinamica.

 

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